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domenica 24 luglio 2016

Memorie dalla cella (frigorifera) 1

I ragazzi ce l'hanno fatta. Sono usciti ieri mattina alle 8.00. Dalla stessa ora siamo entrati noi. eccoli belli e sorridenti nonostante abbiano sperimentato più di qualche momento difficile.








































martedì 21 giugno 2016

CLIMBING DENALI -PHOTO GALLERY 2


Ela sopra il Windy Corner


Il Campo 4


Il Campo 4


Verso il Campo 5


Le corde fisse dell'Headwall a 5.000 metri 


Il campo 5


Sotto al Denali Pass (5.600 metri)


Sulla vetta


Toccando il segnale trigonometrico di vetta





lunedì 20 giugno 2016

CLIMBING DENALI - PHOTO GALLERY 1

Preparando i 50 kg. di materiale individuale al volo


Il Denali dalla tundra nei pressi di Talkeetna




Decollo da Talkeetna


In volo sulla tundra


L'aereo in fase di atterraggio sul Kahiltna Glacier -1


                                         L'aereo in fase di atterraggio sul Kahiltna Glacier - 2



Sbarcati! (Addio civiltà..)


Il Campo 1


O traini la slitta, o scali, o sciogli la neve... oppure TEST...


...test....


....ancora test.....


....sempre test!!



il Campo 3


L'epica salita con le slitte dal Campo 3 al Campo 4 lungo la "Motorcycle Hill"



domenica 1 maggio 2016

Nella bufera a misurare il cortisolo

Eccoli i nostri eroi al termine delle loro sofferenze. Un gruppo di manager, nella foto insieme a guide e trainer, che per due giorni sono stati sottoposti a vari tipi di stress ambientali e sociali. Lo scopo? Monitorare come queste difficoltà impattassero sul loro profilo ormonale. 


La ciliegina è stata la notte trascorsa in tenda, nella bufera, a circa 3500 metri di altitudine. Ecco -nella foto sotto- come si presentavano le tende stanotte. Le previsioni meteo davano addirittura -22°. Noi abbiamo preferito non controllare...

Esiste un legame tra lo stile comportamentale di fronte alle difficoltà, la dominanza e la leadership e la secrezione di ormoni dello stress? Lo scopriremo presto....
Sotto: i segni della fatica




lunedì 25 aprile 2016

Bisogna scegliere: alleanarsi o lamentarsi

Permettetemi ogni tanto un post che non c’entra con l’Alaska. Ieri a Verona, organizzato dall’Università, si è svolta “RUN for SCIENCE”:  maratona e ½ maratona dove la partecipazione è gratuita ma gli iscritti hanno l’obbligo di essere coinvolti in qualche studio od esperimento sugli effetti della gara. per esempio, come cambia l’equilibrio, la risposta muscolare, la composizione ossea e vari altri parametri tra cui la percezione del dolore.



Walter Fagnani, classe 1924, durante il test sulla tolleranza del dolore



E’ il terzo anno che raccolgo dati su questo tema e i risultati sono molto interessanti. Ovviamente anche la percezione del dolore non è un dato innato (anche se tendiamo a crederlo), ma qualcosa influenzato da stile di vita, esperienza, allenamento e volontà. Di fatto piccoli dolori quotidiani che una volta erano ritenuti piccoli fastidi inevitabili, oggi vengono trattati come emergenze insopportabili. Vengono “farmacizzati”, perché l’industria farmaceutica ha interesse a trasformare un semplice occasionale mal di testa in qualcosa che va subito gestito con la pastiglia (e idem per il bruciore di stomaco, il raffreddore etc..).  E’ chiaro che la percezione del dolore nelle persone è diversa oggi da quella dei membri di società “meno evolute”, o semplicemente di qualche decennio fa.

Ai profeti del farmaco facile e del dolore ingestibile vorrei far conoscere Walter Fagnani, classe 1924, podista che l'anno passato ha ultimato la 100 chilometri del Passatore a 91 anni in circa 18 ore. Noi come Università, anche in quel frangente, l'abbiamo seguito e studiato. Ieri nell'ultimo chilometro della mezza maratona ha staccato e seminato le due studentesse che l'Ateneo aveva ritenuto di affiancargli per motivi di sicurezza. E nell'esame sulla tolleranza al dolore, abbiamo dovuto interrompere la prova prima di aver sentito un solo lamento, per evitare di danneggiare i tessuti più fragili per l'età avanzata. Chiedo quindi ai sacerdoti del talento innato: ma chi è Walter Fagnani? Delle due una: o è l'eterno ritorno del superuomo a cui il cielo ha donato tutti i talenti. Oppure,  è semplicemente una persona che nella sua vita ha imparato a prestare meno attenzione ai fastidi, alla fatica e alle difficoltà per concentrarsi interamente sui propri sogni. Perché, o si sceglie di lamentarsi. Oppure si va avanti.

Walter Fagnani e lo staff dell'Università che l'ha accompagnato in gara (quello con la maglia azzurra a parte)

giovedì 21 aprile 2016

Una lirica di Pierre d'Hemareiza: LA FEMMINA E L'ALASKA

In onore della "quota rosa"della nostra spedizione, abbiamo deciso di ospitare su questo blog una lirica del noto poeta Pierre d'Hemareiza.

LA FEMMINA E L'ALASKA

Assai si lamenta la femmina, sbuffa e barrisce,
allorché per l'Alaska d'allenarsi ambisce.


E se durante il percorso su qualche traverso esposto vien portata,
tosto ne consegue  qualche isterica sceneggiata.

Per fortuna si risolve in fretta codesta congiura,
essendo di molto semplice logica la femminile natura....

Infatti, una volta che al rifugio sana e salva si arraffa,
subito ogni male dimentica, grazie ad un pò di vino e alla caraffa.

E se gli Dei diedero ad ogni femmina cotale lamentosa insistenza,
per fortuna crearono anche il vino e la maschile resilienza!

                                        Pierre d'Hemareiza (1563-1616)

venerdì 15 aprile 2016

Termopili di ghiaccio: la cronaca del tentativo di record del 2008 (parte 1)

Avendo molto parlato in questi giorni del tentativo di record del Denali del 2008, mi è sembrato doveroso ripubblicarne la storia intera. Ecco il capitolo che ne tratta (diviso in tre parti), tratto dal mio libro "Perseverare è umano".





5.4. Le termopili di ghiaccio: un monito sulla comunicazione

Gli uomini del Soccorso Aeronautico
considerano il Denali alla stregua
del più feroce dei draghi: unico,
gigantesco, ingannevole. E sempre
potenzialmente fatale, perfino
per coloro che lo conoscono meglio
di chiunque altro.
Bob Dury, Una stagione da eroi

63° 4’ 10.2’’ N, 151° 0’ 26.64’’ W, Alaska, primavera 2008

Per me no, grazie.. Durante un pranzo di lavoro, il commensale di fronte a me respinge il piatto di lasagne che il cameriere gli porge. Sta seguendo una dieta, spiega. Il piatto fa dietro-front: viviamo un momento epocale nella storia della nostra specie. Non è da molto, infatti, che un essere umano possa permettersi di rinunciare a fare scorta di cibo. Accade in modo generalizzato solo da pochi decenni, e solo in limitate aree del pianeta. Ed è frutto di un’attenzione univoca al benessere.. Una volta le priorità erano altre: evitare il malessere, cioè fame, freddo, sete, guerre, epidemie. Sopravvivere. Il fatto che troppo cibo potesse rappresentare un problema non era neanche lontanamente concepibile.

Oggi se si ha fame basta spalancare il frigo; se si ha sete basta aprire il rubinetto; quando si patisce il freddo (quasi mai) è sufficiente alzare il riscaldamento. Tutto ciò viene dato per scontato. Eppure non lo è affatto. Il benessere rappresenta una fragile, anomala, localizzata eccezione. Non ci vuole molto per rendersene conto. A me, tutto questo, fa venire in mente l’Alaska. L’Alaska è una delle tante strade per ritornare nel mondo reale. Ma procediamo con ordine. Dopo aver vinto il Trofeo Mezzalama, la gara di sci-alpinismo più prestigiosa al mondo, Jean Pellissier si permise una cena pantagruelica: a tavola c’erano lui e i suoi amici storici, e nessuna portata subì l’affronto toccato alle lasagne di cui sopra. Infatti lo sci-alpinismo consente di correre in salita con gli sci ai piedi, e poi di sciare in discesa: il consumo calorico è assicurato, gli atleti sono tutti magri, e il concetto di benessere viene più spesso collegato all’entità del tasso alcolico nel sangue che alla silhouette... Ora che scei il... hic... più forte al mondo.... lo provocò Daniel ....scicuramente... hic... non puoi sciottrarti a tentare il record del Denali con gli sci!. Seguì un tintinnare di bicchieri e un coro generalizzato di “Evviva!”, segno che la sfida era accettata, senza dibattimento alcuno. Il lettore resterà comprensibilmente sconcertato. Dai precedenti capitoli avrà sicuramente capito che le decisioni sui tentativi di record nascono alla fine di un avveduto e prudente lavoro di analisi, simile agli studi prodotti dalla Nasa per i voli spaziali. Il tentativo di record all’Everest era stato progettato nei minimi dettagli. Questa volta invece andò diversamente. La missione “Denali Express” non vide la luce grazie a un estenuante lavorìo delle aree frontali dei nostri cervelli. No, fu partorita direttamente dai fumi dell’alcol. Di tutto questo naturalmente pagammo a caro prezzo le conseguenze.



La squadra organizzata per supportare Jean era composta da quattro guide alpine del Cervino (Daniel, Patrick,Alain, Laurent), oltre all’amico Filippo e al sottoscritto. Assoldati in fretta e furia, senza il necessario processo di amalgama e preparazione. Il Denali o Mount McKinley – cima culminante del continente nordamericano – non presenta difficoltà tecniche particolarmente elevate. Situato in Alaska, è caratterizzato dalla presenza di ghiacciai immensi con campi base accessibili solo da piccoli aerei muniti di sci. Ha un’altitudine tutto sommato modesta (6200 metri) rispetto ai giganti himalayani; ma l’ambiente è estremamente severo e pone grosse difficoltà di tipo logistico. La vicinanza con il Circolo polare artico comporta temperature estreme, meteo imprevedibile con bufere improvvise che si scatenano con venti fortissimi. Non per nulla uno dei nomi indigeni del Denali significa “Creatore di Tempeste”. Al campo 5, per esempio, abbiamo perso una tenda d’alta quota, sparita letteralmente nel nulla, spazzata dalle raffiche che, secondo la stima dei Ranger, si aggiravano sui 150 km/h. Era vuota, per fortuna...
Da queste parti la logistica è problematica perché gli alpinisti si devono trasportare tutto il carico (cibo, tende, combustibile) da soli: non ci sono né yak né sherpa. E se devi portarti tutto sulle spalle, significa che devi per forza limitare il carico. E di conseguenza si riduce anche l’autonomia in termini di giorni di permanenza. Quando il cibo o il combustibile che alimenta i fornelli scarseggia, si deve fare dietro-front. Altrimenti il rischio è quello di entrare a far parte del paesaggio, sotto forma di scultura di ghiaccio. Si noti che il fornello non serve per cimentarsi nelle ricette d’alta quota ma, più banalmente, è essenziale per poter sciogliere la neve e potersela bere. L’alpinismo alaskiano è generalmente molto più duro –in termini di stress personale – di quello himalayano e richiede molta più resilienza. Si sta sempre sul ghiacciaio. I campi, compreso il campo base, non sorgono su morene o su terreno asciutto, e le limitazioni del carico non permettono di portare tende mensa o tende collettive. Quindi o si sta all’esterno oppure sdraiati nella tendina, come succede durante il maltempo, che qui è assai frequente.
A queste considerazioni generali si aggiunga che una spedizione finalizzata al conseguimento di un record deve comunque portarsi un carico quasi doppio rispetto a quello di una spedizione con lo stesso numero di membri orientata alla .semplice. salita in vetta. E questo perché in quasi ognuno dei cinque campi che costellano la via di salita, si deve lasciare una tenda per offrire assistenza durante il tentativo.

Inoltre ogni membro della squadra deve avere 
la propria radio; e ciò significa portarsi batterie e pannelli solari per la ricarica. Ma, soprattutto, una spedizione finalizzata al conseguimento di un record necessita di molto più cibo: bisogna infatti prevedere di restare parecchi giorni in più rispetto a una spedizione .normale., perché è fondamentale attendere la finestra meteo ottimale per il tentativo. Un record richiede condizioni migliori rispetto a una salita priva di particolari pretese. E può anche presentarsi l’evenienza di un secondo tentativo: quindi è molto probabile che il soggiornosi prolunghi.
Il record che Jean si proponeva di battere riguardava la West Buttress, la cosiddetta “via normale” di salita: ventisei chilometri di sviluppo dal campo base alla vetta, con un dislivello di oltre quattromila metri positivi. Il record attuale appartiene allo statunitense Chad Kellogg, che ha impiegato quattordici ore per la salita e quasi ventiquattro complessive tra salita e discesa.

(Nota: Kellogg non aveva usato sci, ma racchette da neve fino al campo 4)




martedì 12 aprile 2016

Test al CERISM di Jean Pellissier in preparazione al Denali


Il CERISM è il più importante Centro di Ricerca in Italia per la prestazione umana in montagna


Tornare … Con quali obiettivi? (2^ parte)

L’obiettivo di Alaska Stress Challenge invece non sarà sportivo, ma scientifico.
La spedizione è solo una parte di un progetto più complessivo, coordinato dalla Università di Verona e che coinvolge il CERISM, il suo centro di ricerca di Rovereto, il più importante in Italia sulla prestazione in montagna. Tra gli eventi legati a questo progetto, ci sarà anche –con altri soggetti  – un Boot Camp sullo stress organizzativo (in collaborazione con SOGES); e uno studio legato alla permanenza per svariati giorni a bassa temperatura e con la riproduzione fisiologica dell’alta quota in una speciale camera del CERISM.


La speciale camera per lo stress ambientale del CERISM



L’obiettivo è quello di testare e validare dei programmi che promuovano la resilienza dei soggetti: cioè che in qualche modo allenino la capacità di gestire lo stress. Però, come ho già ribadito in un post precedente, utilizzo il concetto di “stress” con una certa prudenza. Sottolineare eccessivamente che –“è tutta questione di stress!”- equivale infatti ad attribuire “tutta la colpa” al mondo esterno che “ci stressa”, disconoscendo in questo modo la propria responsabilità nel gestire la vita. 

Certo, gli eventi negativi esistono: le malattie, i politici incapaci o corrotti, il terrorismo, la gente che non ci ama. Tuttavia –salvo qualche caso estremo- abbiamo sempre un certo margine di controllo sugli eventi, grazie alle nostre risorse interne. Quindi risolvere il problema dello stress non consiste nel pretendere di poter cambiare gli eventi che non ci piacciono (il che è solo un’altra maniera per non fare nulla). E nemmeno si tratta di applicare una serie di ricette banali e illusorie, il cui apprendimento non costa nessuna fatica; e –proprio per questo- non hanno alcuna efficacia. Perciò, la via d’uscita non passa dai consigli dei rotocalchi o dall’ennesimo manuale “fai da te” sullo stress. Farsi carico del cambiamento, del proprio cambiamento, richiede coraggio. E delinea un processo del tutto simile a quello dell’allenamento –perché richiede disciplina e non consente immediati guadagni. Sono questi processi che noi vogliamo validare e strutturare. Come vedete, non c’è nulla di facile. Adesso però non stressatevi, per favore!


domenica 10 aprile 2016

La volta scorsa (con un obiettivo diverso)...


La nostra spedizione al Denali del 2008, per il tentativo di record di Jean Pellissier (che è il terzo da sx in piedi). Qui è l'aereoporto di Talkeetna con sullo sfondo l'aeroplanino che ci depositerà sul ghiacciaio Kahiltna.

venerdì 8 aprile 2016

A proposito di allenamento...


Centro Federale di Piediluco, 7 aprile: un momento qualsiasi della massacrante giornata degli atleti delle Squadre Nazionali di canottaggio in vista di Rio2016