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giovedì 21 luglio 2016

I morituri

Eccoli qui. Il gruppo di controllo che è entrato ieri mattina alle 8.oo nella stanza per la ricerca sugli ambienti estremi del CERISM di Rovereto.

Cinque laureandi della nostra facoltà, la meglio gioventù del Triveneto.
Soggiorneranno 72 ore dentro la stanza, con temperatura e percentuale di ossigeno che replicano esattamente 72 ore della spedizione al Denali.

Dovranno anche replicare il carico di lavoro fisico su dei trademill adattati che riproducono la sensazione e il peso della slitta.

Sarà interessante studiare le dinamiche di gruppo. Specialmente quando Enrico, il secondo da sinistra nella foto in alto, un ex-rugbista da un quintale con un metabolismo da 3000 calorie al giorno si avvicinerà al borsone comune che contiene il cibo. E si accorgeranno che hanno sbagliato a calcolare il cibo necessario.






Intanto fuori c'é chi se la ride.....

lunedì 20 giugno 2016

CLIMBING DENALI - PHOTO GALLERY 1

Preparando i 50 kg. di materiale individuale al volo


Il Denali dalla tundra nei pressi di Talkeetna




Decollo da Talkeetna


In volo sulla tundra


L'aereo in fase di atterraggio sul Kahiltna Glacier -1


                                         L'aereo in fase di atterraggio sul Kahiltna Glacier - 2



Sbarcati! (Addio civiltà..)


Il Campo 1


O traini la slitta, o scali, o sciogli la neve... oppure TEST...


...test....


....ancora test.....


....sempre test!!



il Campo 3


L'epica salita con le slitte dal Campo 3 al Campo 4 lungo la "Motorcycle Hill"



lunedì 13 giugno 2016

IN VETTA!

La prima parte della missione Alaska Stress Challenge si è conclusa con successo.
La vetta è stata raggiunta domenica e a mezzanotte i 4 sono ridiscesi al campo 5. Martedì sera il team ha fatto rientro al campo base.

I 4 componenti in vetta


Ela in vetta vicino al geoide metallico che caratterizza la cima
I 4 al termine dell'ascensione

In luglio comincerà la seconda parte del test scientifico consistente nel riprodurre in laboratorio le condizioni ambientali di stress misurate durante l'ascensione.



domenica 29 maggio 2016

IL PESO DELLA SCIENZA

Si tratta di vari chili. Tra pc militare, corazzato ed impermeabile, saturimetri, pannelli solari, cardiofrequenzimetri, GPS, termometri, diari, scale soggettive e quant’altro….



A che serve tutto ciò?  A misurare l’impatto di un ambiente stressante su organismi allenati. 

Quello stesso ambiente sarà poi riprodotto in laboratorio con una fedeltà quasi assoluta (stesso livello di ipossia, stessa dinamica delle temperature, uguale carico di lavoro fisico). Questo è possibile perché il CERISM possiede una camera per la ricerca negli ambienti estremi: la camera è in grado di riprodurre con una fedele successione temporale l’andamento della temperatura e della saturazione dell’ossigeno che saranno stati misurati nei tre giorni target della scalata.


Ecco il famoso, pesantissimo Pc militare blindato. Indovinate chi se lo trascinerà? Sicuramente uno che -toccasse a lui- non sorriderebbe così....

Ci toccherà soggiornare quindi per tre lunghi giorni in quella stanza. Sai che allegria… Ci alterneremo prima noi e poi un gruppo di quattro soggetti che formerà un gruppo di controllo. Tre giorni a testa. L’obiettivo è capire quanto impatti la percezione dell’ambiente nel generare risposte di stress individuali. Vale a dire: se riproduco nella camera condizioni fisiche quasi identiche all’ambiente naturale, a parità di condizioni dove è maggiore lo stress percepito? Lì o in alta montagna? Chi dice che in camera si sta meglio, lo pensa perché ritiene che sia decisivo l’aspetto ansiogeno legato all’ambiente di alta montagna. Nella camera – in effetti –di pericoli naturali (valanghe, crepacci, scariche di sassi) non ce ne sono.

La camera per la ricerca sugli ambienti estremi al CERISM

Però qualcuno sostiene che l’ambiente della camera deteriora i processi sociali nel gruppo; e poi manca anche l’aspetto stimolante dell’ambiente.
Chi ha ragione? Lo sapremo quest’estate. A proposito: siamo in partenza...


martedì 24 maggio 2016

TE LI DO IO, I TEST...

Quando si nominano i "martiri della scienza" il pensiero tende ad andare a Galileo, a Keplero, a Giordano Bruno. Non dico che sia sbagliato, però dovreste cominciare a prendere un pochino in considerazione anche noi. Ieri siamo stati a Rovereto, al CERISM, e siamo stati immolati sull'altare della conoscenza scientifica. "Che sarà mai?" direte voi. Bene, vorrei vedervi al nostro posto. Beccatevi una bella riunione iniziale sul protocollo da seguire per testare la propensione al rischio in situazione di stress. 

















Poi beccatevi pure una serie di test cognitivi. Passate alla plicometria, ad una sessione di rilevazione della HRV e poi...la parte più temuta: il test massimale con misurazione del consumo di ossigeno. Confidenzialmente chiamato il "tappetone", uno dei tapis roulant del CERISM è così grosso che ci si può fare il test anche con gli ski-roll. Grosso più o meno come un Tiger Panzer della seconda guerra mondiale, ma molto più letale. 


In fondo il carro germanico si limitava a sparare solo qualche granatina da 75mm.; il tappetone ti fa esplodere dall'interno. Ti cucina lentamente, grazie ad un protocollo di test con salita progressiva che solo una mente segnata dal sadismo poteva concepire: e tu senti avvicinarsi il momento della crisi passo dopo passo, in un tempo dilatato dalla sofferenza. Poi, la beffa finale: quando tutto ti sembra finalmente terminato, devi ancora fare una riunione di condivisione dei metodi di monitoraggio dei vari parametri che saranno osservati durante la spedizione.

Ecco, ormai siamo quasi del tutto pronti anche sul versante scientifico. Avremo da portarci un mucchio di materiale per le misurazioni. ma questo è un altro capitolo di cui parleremo prossimamente.

giovedì 19 maggio 2016

TORNA A CASA, LASSIE

Quando confidai a mio zio che provavo un forte interesse “nei confronti della Nasa”, il pover’uomo pensò mi stessi riferendo a Maria “Canappia”, una compagna di classe. 

In realtà io alludevo alla “ National Aeronautics and Space Administration “, cioè all’agenzia spaziale statunitense. 

Ebbene, dopo tanti anni, la vita mi ha concesso una piccola rivincita. Perché oggi, seduto nella sala operativa della Garmin a Milano, ho vissuto un pochino l’emozione di chi sta nella stanza di controllo dei lanci spaziali.  Ho visto proiettare, sulla parete di fronte a me, mappe e foto satellitari del Denali, Uno spericolato susseguirsi di tracce e waypoints ha coagulato in un colpo d’occhio distanze che, in realtà, saranno misurate in forma di strazi muscolari e polmonari.


                           Le tracce GPS raccolte negli anni non coincidono. Colpa delle modificazioni dei ghiacciai?

Ma procediamo con ordine. In realtà è molto importante avere dei riferimenti spaziali all'interno di un ambiente che può improvvisamente diventare indecifrabile (vedi il post di qualche giorno fa intitolato "WHITEOUT"). Mettiamo, per esempio, che tu stia salendo ad un campo più alto. Cala la nebbia e perdi ogni riferimento visivo perché sei immerso in un mondo totalmente bianco. Se ti muovi casualmente rischi di finire in zone pericolose, dove il maggior pericolo sono i crepacci. I crepacci sono quelle simpatiche fratture che si formano nella superficie del ghiacciaio a causa del lento scivolamento dello stesso verso valle. Possono avere una profondità di alcune decine di metri e spesso sono coperte dalla neve, quindi invisibili al malcapitato passante. A voi piacerebbe, camminando sul marciapiede, cadere per una quarantina di metri in un tombino aperto? Se avete risposto "sì", allora potete omettere di continuare a leggere il presente post. Se invece pensate che in fondo non vi piacerebbe, allora dovete munirvi di un bel GPS. 

Il GPS è uno strumento che vi consentirà di tornare, per esempio, perfettamente a ritroso sui vostri passi- anche se nel frattempo neve o bufera avessero cancellato le vostre impronte. Oppure, se avete preventivamente memorizzato sullo strumento una traccia o una direzione, vi permetterà di proseguire in relativa sicurezza. Male che vada, vi permetterà di capire perfettamente dove diavolo siete finiti.

Qualcuno sarà scandalizzato. Ma come - ti sei convertito alla tecnologia? Ma no, tranquilli. Il GPS, come tutti i dispositivi tecnologici possiede una duplice valenza. Ci sono casi in cui l'utilizzo è realmente utile, dove addirittura può fare la differenza tra la vita e la morte. Altre volte la tecnologia diventa un surrogato inutile di nostre capacità naturali. Sapevate che la neuroplasticità del cervello è stata scoperta per la prima volta esaminando il cervello dei tassisti londinesi? Costoro, a furia di esercitare inconsapevolmente le capacità di rappresentarsi mentalmente il reticolo stradale, presentavano uno sviluppo maggiorato nelle aree cerebrali implicate nell'orientamento spaziale. Ma se il GPS diventa uno strumento che per pigrizia utilizziamo sempre, anche su percorsi mediamente conosciuti, accadrà il contrario del fenomeno dei tassisti: avrà luogo una progressiva atrofia della capacità di orientarsi nello spazio. L'uso sviluppa l'organo - diceva sempre quel famoso zio. A distanza di tanti anni non ho ancora chiarito se si riferisse solo al cervello.

P.S.: grazie a Massimo e Luca per la consulenza sull'uso del GPS in Alaska

martedì 17 maggio 2016

A spasso con la "creatura"

Ma no, non fate i sentimentali, per favore! La creatura di cui sto parlando non è quella a cui cambiavate i pannolini e asciugavate il moccio dal naso. Se vi aspettavate racconti di biberon e passeggini, cambiate canale.


La "creatura" è una bestia di zaino che oscilla tra i 22 e i 25 chili. Si fa in fretta a raggiungere certe stazze: dentro ci stanno sacco a pelo, tenda, ramponi, picozza, imbrago, pala, sonda, fornello, cose da mangiare, thermos, materassino e abbigliamento. E chi non porta la tenda, porta la corda. 

La vita stessa ci carica di fardelli. E' proprio da fessi caricarsene di ulteriori. Ma tantè... Il bello è che il nostro rapporto con la creatura ricalca quello che siamo soliti avere con i carichi della vita. Sicuramente nulla ci piomba sulle spalle tutto da solo, però ci fa comodo dimenticarcene. Ce ne lamentiamo per tutta la giornata e incolpiamo il disegno malvagio del destino: "Maledetto sacco, quanto pesi!". Eppure ce lo siamo caricati di nostra volontà.

E, come per tutti i fardelli, conta anche l'abitudine. A furia di portare pesi si diventa bravi a gestirli, dentro e fuor di metafora. E tante auto-certificate incapacità in questi campi sono puri alibi. La ricerca scientifica dimostra che la percezione è costruita culturalmente. Questo significa - udite udite - che NON è vero che i portatori sherpa o hunza siano "portati" (geneticamente?) a trasportare grandi carichi. Vuol dire semplicemente che il loro stile di vita li ha abituati a vedere i grandi fardelli come "possibili"; e che, a furia di trasportarli, hanno abituato anche il loro fisico al compito. Ovvero non è colpa dello zaino pesante: è la nostra schiena ad essere poco allenata.

Insomma, portare ogni tanto a spasso la "creatura" è un toccasana. Quando finalmente te lo togli dalle spalle apprezzi molto di più le semplici, rustiche gioie della vita. E il giorno dopo, quando la schiena ha recuperato, ti senti molto più forte di prima.

giovedì 12 maggio 2016

WHITEOUT


Quando si dice "andare in bianco"... 
Il Whiteout è quella condizione che si verifica quando un ambiente innevato si ritrova immerso nella nebbia. Il malcapitato perde velocemente il senso dell'orientamento e non capisce bene dove si trovi o cosa stia succedendo. Spesso si correla ad una condizione di stress psicologico e di ansia. A volte la stessa condizione esistenziale la si ottiene artificialmente quando il tasso alcolico supera certi limiti.



Inoltre scendere con gli sci in queste condizioni spesso provoca risposte neurovegetative caratterizzate da una forte nausea . Le sensazioni vestibolari provocate dai cambiamenti di equilibrio, ma prive del riferimento visivo, causano una risposta del tutto simile al mal di mare. Ecco perché, tra le regole di sopravvivenza dei Navyseals, una delle più ossequiate riguarda l'evitare pranzi a base di salamelle e salsicce in caso di Whiteout. Da qualche tempo il divieto è stato esteso anche alla Bagna cauda e alla Cassoeula.

Il Whiteout è una condizione che si verifica anche sulle Alpi, sebbene non esista nel nostro linguaggio una parola specifica che descriva il fenomeno. In Alaska, come in tutte le zone artiche, è estremamente frequente. Il vero pericolo in queste situazioni non è il perdersi di per sè; ma il finire in zone pericolose (crepacci, seraccate, canali soggetti a slavine) a causa della perdita della rotta. In un prossimo post vedremo quali sono le strategie da adottare in questi casi, e quali siano le soluzioni offerte in proposito dalla tecnologia.

sabato 23 aprile 2016

A proposito di attrezzature

A fianco: Mallory e Irvine sull'Everest nel 1924


















Sotto: esploratori sull'Alaska Range nei primi del '900

Il progresso delle attrezzature -sportive ed alpinistiche - è straordinario e velocissimo.Osservo gli scarponi che ho avuto in dotazione per il Denali e li confronto con quelli che ho usato sull'Everest nel 2005, poco più di dieci anni fa (foto sotto). Eppure i nuovi pesano - a parità di protezione termica-un buon 30% in meno.
Da un lato, questo è fantastico.

Dall'altra parte non posso fare a meno di pensare alla grandezza degli esploratori del secolo scorso, a chi ha aperto nuove strade in Himalaia come in Alaska.
Penso a Mallory ed Irvine e alle attrezzature che avevano a disposizione nel 1924. Certo, tornare indietro non ha senso. Ma che coraggio e resilienza aveva questa gente!

giovedì 21 aprile 2016

Una lirica di Pierre d'Hemareiza: LA FEMMINA E L'ALASKA

In onore della "quota rosa"della nostra spedizione, abbiamo deciso di ospitare su questo blog una lirica del noto poeta Pierre d'Hemareiza.

LA FEMMINA E L'ALASKA

Assai si lamenta la femmina, sbuffa e barrisce,
allorché per l'Alaska d'allenarsi ambisce.


E se durante il percorso su qualche traverso esposto vien portata,
tosto ne consegue  qualche isterica sceneggiata.

Per fortuna si risolve in fretta codesta congiura,
essendo di molto semplice logica la femminile natura....

Infatti, una volta che al rifugio sana e salva si arraffa,
subito ogni male dimentica, grazie ad un pò di vino e alla caraffa.

E se gli Dei diedero ad ogni femmina cotale lamentosa insistenza,
per fortuna crearono anche il vino e la maschile resilienza!

                                        Pierre d'Hemareiza (1563-1616)

Termopili di ghiaccio: la cronaca del tentativo di record del 2008 (fine)

Sgomberammo le tende dagli accumuli di neve caduta che rischiavano di farle crollare, poi passammo a ripulire le slitte e i materiali che rimanevano fuori dall’accampamento. Fu qui che ci imbattemmo in un paio di scarponi protetti sotto una delle slitte rovesciate. “Sono quelli di Jean” disse qualcuno. In effetti erano proprio i suoi. Jean era sceso al campo base cinque giorni prima e aveva lasciato al campo 4 parte del suo materiale per non scendere trainando dietro di sé la slitta, con il rischio conseguente di finire trascinato in un crepaccio o giù da un pendio. Facemmo due conti e capimmo che da vari giorni Jean si trovava al campo base con gli scarponi da sci ai piedi. Infatti tutti avevamo con noi – per ottimizzare il peso da trascinare – solo due paia di scarponi: quelli normali e quelli da sci. Cominciammo a pensare che per i piedi di Jean la vita al campo base doveva essere ben poco confortevole; e che correva il rischio di ritrovarsi con le vesciche ai piedi proprio in vista del record.
Perciò decidemmo di fargli avere gli scarponi più confortevoli. Uno di noi li avrebbe portati al campo 3 che lui poteva raggiungere abbastanza agevolmente in allenamento dal campo base. Si trattava, tutto sommato, di un gesto altruistico. In fondo, per scendere dal campo 4 al 3 e risalire ci avremmo impiegato quasi una giornata. Tra andata e ritorno erano oltre 9 chilometri e 1000 metri di dislivello in mezzo a crepacci e slavine. Insomma, nulla di straordinario ma neppure una passeggiata. Il sorteggio designò me quale “corriere”. Scesi, lasciai gli scarponi e tornai. La sera – in occasione del contatto radio – informammo Jean che i suoi scarponi erano stati portati al campo 3. Ma Jean interpretò il nostro gesto come una pressione a tentare il record, come se stessimo già sgomberando il campo!
Nei gruppi, i “non detti”, cioè tutte le interpretazioni e le convinzioni che non vengono esplicitate e sottoposte all’esame di realtà, producono tossine. Quando abbassiamo il livello di comunicazione in termini di quantità e di qualità, i “non detti” acquisiscono forza e vigore in maniera esponenziale. Si tratta di un pericolo insito in particolare in tutte le nuove tecnologie comunicative. Pensiamo alle email. Le email rappresentano uno strumento che priva la comunicazione di tutto l’aspetto non verbale da cui normalmente ricaviamo una gran quantità di informazioni, che sono essenziali per l’interpretazione corretta del messaggio. Se per esempio riceviamo un messaggio email con il nostro nome scritto con l’iniziale minuscola, oppure senza saluti, ci chiederemo immediatamente se l’omissione è intenzionale, oppure se è scherzosa o se è semplicemente frutto di una disattenzione generata dalla fretta. Essendo privi delle informazioni veicolate dalla comunicazione non verbale, la scelta dell’interpretazione diventa difficile. Non a caso oggi si tende a inserire nelle email degli strumenti di supporto alla corretta decodifica: gli emoticon, che in fondo non sono altro che dei surrogati della comunicazione non verbale che è venuta a mancare.





Anche l’antica lettera cartacea presentava gli stessi limiti; tuttavia la lentezza di quella forma di comunicazione garantiva che il messaggio fosse sufficientemente meditato –e quindi che fossero esclusi gli errori dovuti alla fretta. Inoltre, sempre la lentezza del mezzo consentiva di prendere distanza dalle emozioni che il messaggio veicolava. Oggi tutto è accelerato. Non si riesce in alcun modo a distanziarsi dalle emozioni. Una semplice email al l’interno di un’organizzazione può diventare la miccia che innesca dei forti conflitti se chi riceve il messaggio lo interpreta “male”.
Occorre di conseguenza che le persone si prendano la responsabilità della comunicazione. Bisogna essere sicuri non solo che il messaggio sia stato ricevuto, ma anche compreso in modo corretto. L’atteggiamento dell’”io la mail gliel’ho mandata, che si arrangi” non basta più, se si vuole creare un ambiente organizzativo che sostenga le motivazioni. E comunque la comunicazione “face-to-face” va permessa e incoraggiata il più possibile. Più la comunicazione è ricca, minore sarà il rischio di essere fraintesi. In Alaska il livello di comunicazione era ridotto in modo drammatico dalla situazione logistica. Sul Denali i “non detti” – ciò che non veniva chiarito – finivano per diventare simili a uno dei pericoli più letali presenti in quell’ambiente: prendevano la forma di una valanga che aumentava di potenza man mano che cadeva, alimentando il conflitto e spazzando via tutte le relazioni. Far finta di niente, non affrontare i temi “scottanti”, evitare di parlare di cose potenzialmente fastidiose, sono comportamenti diffusi in molti gruppi per cercare di evitare le frizioni. In realtà questi comportamenti ottengono l’effetto contrario: aumentano i conflitti e demotivano le persone. Solo alzando il livello della comunicazione si previene la creazione dei “fantasmi”. Ma una volta che questi ci sono e girano al l’interno del gruppo, l’unico mezzo per debellarli sta nel diffondere una cultura organizzativa che accetti e promuova lo scontro costruttivo: cioè il confronto, anche deciso, sulle idee, ma che si astiene sempre dallo scendere sul piano personale. Esperienze effettuate in molte aziende dimostrano che la cultura dello scontro costruttivo non abbassa, ma innalza la performance del gruppo.*
Ma torniamo alla nostra storia. Finalmente, il tentativo ebbe luogo: partito intorno alle 7 del mattino dal campo base a circa 2200 metri, Jean raggiunse il campo 4 (4300 metri) in tre ore e mezzo. Per inciso, gli alpinisti normali impiegano tre giorni. Un tempo straordinario, velocissimo, forse fin troppo veloce. Da qui Jean ha abbandonato gli sci per procedere a piedi lungo un ripido pendio di ghiaccio e lungo l’esposta cresta che porta al campo 5 a quota 5200 metri. Dal campo 5 in poi Jean ha cominciato a pagare in termini di fatica cocente la velocità eccessiva tenuta fino a quel momento; e in alto si è improvvisamente alzato un vento molto forte. Jean è giunto al Denali Pass, il varco che incanala e amplifica i venti gelati provenienti dalle distese della Siberia. La sofferenza si è fatta ancora più forte, il passo più lento. Qui è diventato determinante un fatto avvenuto al campo 4: lì Jean aveva deciso di sbarazzarsi della
ricetrasmittente, nonostante le mie obiezioni documentate dalle riprese della telecamera fissa. (Mi sono sempre comunque sentito corresponsabile di questa follia. Forse avrei dovuto impormi, ma avevo valutato che stressare ulteriormente un atleta già al limite non fosse una buona idea.) Lasciare la radio fu una grave leggerezza, compiuta per risparmiare un peso di poco superiore al chilo. Mentre Jean era in crisi al Denali Pass, Patrick e Alain, le due guide
che lo attendevano nelle vicinanze della vetta, si sono preoccupate. A questo punto Jean era molto in ritardo rispetto ai tempi previsti. Non avendolo a vista, non potendo sentirlo alla radio, hanno cominciato a scendere per cercarlo pensando a un malore o peggio ancora. Nel frattempo il vento era aumentato e il freddo stava scaricando anche le loro radio rendendo l’intera situazione potenzialmente catastrofica. Quando Jean fu finalmente raggiunto, erano passate circa sette ore dalla partenza e la vetta non distava più di due ore e mezzo: Jean era quindi in condizione per battere ampiamente il record di Kellogg. Tuttavia, valutata la situazione nel complesso – venti fortissimi, atleta sfinito e radio scariche – i tre decisero di fare dietrofront, convinti di poter effettuare un secondo tentativo nei giorni successivi. Il Creatore di Tempeste non ha poi permesso che questo secondo tentativo venisse realizzato: con il tempo stabilmente al brutto, ha costretto la squadra ad attendere e poi a ritirarsi al campo base quando ormai non c’era più né cibo né combustibile. Il maltempo ha fatto slittare di qualche giorno anche l’atterraggio dell’aereo che ci doveva prelevare. Ma il maltempo, in Alaska, è una presenza fissa, prevedibile. Attribuirgli il fallimento del record sarebbe troppo facile. Il record non è stato conseguito perché la spedizione era stata organizzata in modo troppo frettoloso, senza un adeguato lavoro di costruzione del gruppo e delle relazioni all’interno. E’ bastato un problema comunicativo per deteriorare le relazioni tra i membri. Le persone si sono demotivate e il livello di stress nel gruppo è cresciuto. Ne ha fatto le spese l’atleta, l’anello più esposto. Una partenza così veloce e forsennata è il segno – a mio parere – di una perdita di controllo e di lucidità. La scelta di non prendere con sé la radio conferma questo sospetto. A poco è servita a consolarci la decorazione con cui la squadra è stata insignita dal Corpo dei Ranger americani per “l’attenzione dimostrata agli aspetti di sicurezza durante la spedizione”.


* Kathleen M. Eisenhardt et al., How Teams Have a Good Fight, in Harvard Business Review, 1997.

mercoledì 20 aprile 2016

Presentazione ufficiale di ALASKA STRESS CHALLENGE

In una Torino primaverile e straordinaria, si è svolta ieri pomeriggio al Museo Nazionale della Montagna la presentazione ufficiale di ALASKA STRESS CHALLENGE.










Luigi Marconi, presidente di Soges ha introdotto e moderato la presentazione.














Sono stati illustrate le finalità di ricerca scientifica della spedizione e i programmi collaterali di ricerca. Non è stata risparmiata qualche frecciata al nostro stile di vita e alla mentalità predominante, che tanto si lamenta dello stress, ma non fa nulla per coltivare nelle nuove generazioni le capacità di fronteggiare le difficoltà.






Claudio ha poi illustrato gli aspetti tecnici e alpinistici della spedizione stessa.















Il tutto è terminato con un ricco buffet sulla terrazza al cospetto delle Alpi occidentali che si sgranavano sullo sfondo. Qui siamo stati vittima di Alessio Giachin Ricca che ci ha interrogati sul nome di ciascuna cima che appariva all'orizzonte. Abbiamo poi scoperto che si è trattato di un  basso espediente per tenere Claudio e me impegnati e lontani dalla buvette.

martedì 19 aprile 2016

Il mio amico Claudio


Ieri ho citato- a proposito di ALASKA STRESS CHALLENGE- il mio amico Claudio Bastrentaz.
Poi ho trovato questo vecchio video del 2007 che avevo girato per il CERISM (allora si chiamava CEBISM) e che mi serviva come materiale per i corsi con gli studenti. L’argomento erano gli aspetti mentali dell’alpinismo;  e gran parte del video è stato girato sotto forma di intervista, spesso in momenti di azione, a Claudio. Questo che viene riproposto qui ovviamente non è il video completo. Ma ci sono quasi tutti i pezzi dove Claudio appare. Le riprese sono state tutte girate da me, eccetto la scena con la discesa di sci estremo che è tratta da un suo documentario.

E si possono rinvenire alcuni tratti tipici di Claudio stesso: l’eloquio preciso ed esatto ai limiti della pedanteria anche quando sta stazionando nel bel mezzo di una goulotte a rischio di caduta massi (v. video); in un epoca di millanteria, la semplicità e la modestia a cui fa da contraltare un curriculum di salite impressionante –spesso in solitaria e\o invernale; infine, la capacità di rischiare rimanendo comunque consapevole dei propri limiti e del valore della vita.

In fondo Claudio è molto simile, per tanti aspetti, ad un altro personaggio che appare per un brevissimo istante in questo video: Bruno Brunod, qui ripreso per un attimo durante un test massimale effettuato in vista del record sul’Everest del 2005.


domenica 17 aprile 2016

Chi sono gli altri membri di ALASKA STRESS CHALLENGE


GABRIELA MONTI
Filmaker, allenatrice, Guida di canyoning e survival. Ha partecipato a spedizioni in Antartide, in Groelandia ed è una delle poche donne ad aver realizzato la traversata integrale dello Hielo Continental. Nel suo curriculum sportivo la traversata  invernale dello Yukon (Yukon Artic Ultra), PTL (più volte finisher) il Tor des Geants (Finisher 2012) e vari Raid Multisport internazionali. Girerà un documentario sulla spedizione




CLAUDIO BASTRENTAZ
Alpinista estremo e, di professione, allenatore di sciatori e Guida Alpina. Ha realizzato salite come la parete Nord del Cervino in solitaria invernale, il Changtse in solitaria, l’Everest senza ossigeno (2004) e con ossigeno (2005). Vanta uno dei pochissimi tentativi italiani allo spigolo Nord del K2. Premiato nel 2002 per l’”Impresa dell’Anno Internazionale della Montagna”.

FRANCO MORO
Manager di un’azienda chimica e appassionato alpinista. Condivide con gli altri membri della spedizione la passione per la montagna e l’interesse per le risorse che consentono agli individui di fronteggiare lo stress. Nel suo curriculum sportivo molte salite tecniche sulle Alpi e diversi trail lunghi, tra cui Tor des Geants e UTMB.


sabato 16 aprile 2016

Termopili di ghiaccio: la cronaca del tentativo di record del 2008 (parte 2)

Dal campo base, dove ci aveva scaricato un minuscolo aereo con gli sci al posto delle ruote, giungemmo dopo vari giorni di marcia al campo 5, l’ultimo. Ci inerpicavamo con le pelli di foca, legati in cordata, ognuno tirando la sua maledetta slitta carica all’inverosimile. Lo scopo era quello di ispezionare l’intero percorso almeno fino al Denali Pass, sopra il campo 5; e di montare ai campi intermedi le tende che avrebbero accolto gli incaricati dell’assistenza e che in ogni modo sarebbero potute servire come riparo per l’atleta in caso di maltempo durante il tentativo. Raggiunto il campo 5, la squadra si divise in due gruppi. Jean e Daniel ritornarono al campo base in attesa del giorno ideale per il tentativo. Noi altri quattro ci fermammo per il momento al campo 4 a 4300 metri di quota, in una posizione protetta dalle intemperie e tale da permettere il contatto radio con il campo base.
Cominciammo a razionare il cibo: barretta + minestrina + pezzo di parmigiano di dimensioni minuscole + 1,5 litri di liquido, questo era il nostro pasto-tipo. L’insufficienza dell’apporto calorico ci faceva patire più freddo del dovuto. Al l’interno delle tendine, il cibo divenne l’argomento ossessivo di conversazione. La luminescenza delle aurore boreali faceva da contrappunto ai lamenti di Filippo che, da bravo ligure, magnificava nostalgicamente le virtù della cucina della sua regione. Il fantasma di Adolphus Greely cominciò ad annidarsi nei nostri sonni1. L’illusoria sfera del benessere, di ciò che noi diamo per scontato e acquisito definitivamente, si dissolse in fretta: il conflitto con la fame, non quello con la pancia troppo piena, tornava a rappresentare anche per noi la norma. E per di più le privazioni non erano controbilanciate da possibili consolazioni. Nessuno poteva tentare la salita in vetta come obiettivo personale, perché ogni giorno di bel tempo avrebbe potuto essere quello del record.
La grande difficoltà è sempre quella di individuare con anticipo il giorno con le condizioni meteorologiche adatte: nel caso di un record, il team di supporto deve poter organizzare al meglio i punti di assistenza, anche in prossimità della vetta. Ma nel nostro caso, le previsioni meteo locali – elaborate e fornite dai Ranger del Parco Nazionale – erano, per usare un eufemismo, abbastanza imprecise. Noi, membri della squadra di assistenza, ci eravamo già disposti a vuoto in un caso: partiti un giorno prima del tentativo, sistemati nei vari campi, eravamo dovuti rientrare al campo 4 con spreco di energia e calorie per l’arrivo del maltempo.

Valanga!


Avvolti nei sacchi a pelo, attendevamo una nuova possibilità, sdraiati giorno e notte in tendine troppo basse per starci in piedi. Fuori bufera e temperature polari. Razionamento del cibo, fame, freddo e attesa infinita di una finestra di bel tempo. Questa era la situazione al campo 4 dopo circa cinque giorni. Filippo ci paragonava agli opliti delle Termopili: capaci di mantenere la posizione nonostante i sacrifici. Scherzava, ma come è noto il motto di spirito esprime la percezione profonda degli eventi. Quel poco di resilienza che avevamo ci servì. Anche perché il malumore cominciava a serpeggiare e a dividere il gruppo in due fazioni nettamente contrapposte: quelli che stavano su, al campo 4, e quelli che stavano giù, al campo base.
Quelli sopra, stufi dell’estenuante attesa, non vedevano l’ora che il tentativo di record avesse luogo: era l’unico modo per tirarsi fuori da quella situazione di noia, abulia, fame e vaga inquietudine. Per quelli del campo base le condizioni giuste per il tentativo non si erano ancora presentate; e tentare un record con molta neve fresca sul percorso e tempo instabile sarebbe stato come sparare a vuoto l’ultima cartuccia. Per quelli sopra, i compagni del campo base erano diventati, secondo una sintetica definizione fra quelle più ripetibili, “dei rompicoglioni egoisti che non hanno idea di che inferno sia qui e che si illudono ad aspettare una finestra meteo ideale che non arriverà mai”. Per quelli sotto, noi del campo 4 eravamo invece “dei rompicoglioni egoisti che non sono disposti a fare un minimo di sacrificio e che pensano solo a tornarsene a casa, e per questo vorrebbero che sprecassimo un’occasione unica in modo avventato”.

Insomma, chi era sopra minimizzava l’aspetto meteo, enfatizzava i disagi e premeva affinché “ci si desse una mossa”. Chi era sotto frenava, sottolineando i limiti delle condizioni meteo, e sminuiva i disagi altrui chiedendo di attendere ancora. L’aver lavorato poco sul gruppo, dando per scontate delle buone relazioni di base, cominciava a far sentire i suoi effetti. A questa situazione conflittuale si aggiunse un problema di comunicazioni. Le radio in nostro possesso si stavano inesorabilmente scaricando, anche a causa del freddo polare che abbatteva la carica delle batterie. Appena il sole faceva capolino noi provavamo a ricaricarle con i pannelli solari. Ma il sole era troppo mite e il tempo di esposizione troppo breve: l’unico risultato tangibile era di rallentare un pochino l’inevitabile crollo delle batterie. Per questo si era deciso da subito – appena i due gruppi si erano divisi – di razionare non solo il cibo, ma anche le comunicazioni. Uno scambio di parole a inizio giornata, e uno alla sera prima di coricarsi. O meglio, prima di dormire: visto che coricati nei sacchi a pelo si stava comunque tutto il giorno. Fu allora che diventammo a nostra insaputa protagonisti di un esperimento di psicologia sociale. Un illuminante studio sulla comunicazione. In effetti la nostra situazione poteva essere concepita come uno straordinario laboratorio in cui due gruppi sotto stress e in conflitto tra loro avevano la possibilità di comunicare in modo estremamente ridotto. Ciò che il nostro “esperimento” ci ha permesso di verificare è che una comunicazione rarefatta, poco frequente, carente, lascia spazi vuoti che, al l’interno dei gruppi, favoriscono la creazione di “fantasmi”, ovvero di interpretazioni della realtà scarsamente basate sui fatti, e spesso a sfondo paranoico2.
L’esempio emblematico è rappresentato da un episodio preciso: proprio a causa del rarefatto livello di comunicazione un gesto altruistico venne interpretato come un atto di aperta ostilità. In uno dei rari momenti di sole tra una perturbazione e l’altra al campo 4, approfittammo per uscire dai sacchi a pelo e sgranchirci le gambe.

1 Adolphus Greely, esploratore polare e ufficiale del l’esercito americano, fu il comandante della tragica spedizione polare della nave Proteus (1881-1884). Quando la terza spedizione di soccorso riuscì finalmente a raggiungere la Proteus a Cape Sabine, nel l’estremo nord canadese, diciannove dei venticinque uomini erano morti di fame. Quasi subito, al ritorno dei superstiti negli Stati Uniti, si diffusero voci di cannibalismo da parte dei sopravvissuti. Greely stesso, insignito della Medal of Honor, e i suoi compagni smentirono sempre vigorosamente queste dicerie. Tuttavia, in uno studio recente due scienziati polacchi (J.M. We˛sławski e J. Legez˙yn′ska, Chances for Arctic Survival: Greely’s Expedition Revisited, in Artic, 55, 2002, pp. 373-379) hanno dimostrato, recandosi sul posto e alimentandosi con i crostacei come avevano fatto i sopravvissuti, che costoro non ce l’avrebbero fatta senza che nella dieta quotidiana comparissero calorie da altre fonti. La locuzione “nella dieta comparvero altre fonti caloriche” è un elegante modo per dire che gli studiosi ritengono fortemente probabile il fatto che si mangiarono i compagni.

2 In questo contesto il termine .paranoico. – anche se non fa riferimento alla paranoia come patologia psichiatrica – vuole indicare interpretazioni dei comportamenti altrui in chiave di persecuzione, odio e attacco nei propri confronti che tutti più o meno occasionalmente diamo.