Domani ci liberano!! (oppure evadiamo..)
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lunedì 25 luglio 2016
domenica 17 luglio 2016
lunedì 20 giugno 2016
CLIMBING DENALI - PHOTO GALLERY 1
Preparando i 50 kg. di materiale individuale al volo
Il Denali dalla tundra nei pressi di Talkeetna
Decollo da Talkeetna
In volo sulla tundra
L'aereo in fase di atterraggio sul Kahiltna Glacier -1
Sbarcati! (Addio civiltà..)
Il Campo 1
O traini la slitta, o scali, o sciogli la neve... oppure TEST...
...test....
....ancora test.....
....sempre test!!
il Campo 3
L'epica salita con le slitte dal Campo 3 al Campo 4 lungo la "Motorcycle Hill"
giovedì 19 maggio 2016
TORNA A CASA, LASSIE
Quando confidai a mio zio che
provavo un forte interesse “nei confronti della Nasa”, il pover’uomo pensò mi stessi riferendo a Maria
“Canappia”, una compagna di classe.
In realtà io alludevo alla “ National Aeronautics and Space Administration
“, cioè all’agenzia spaziale statunitense.
Ebbene, dopo tanti anni, la vita mi
ha concesso una piccola rivincita. Perché oggi, seduto nella sala operativa
della Garmin a Milano, ho vissuto un pochino l’emozione di chi sta nella stanza di controllo dei lanci spaziali. Ho
visto proiettare, sulla parete di fronte a me, mappe e foto satellitari del
Denali, Uno spericolato susseguirsi di tracce e waypoints ha coagulato in un
colpo d’occhio distanze che, in realtà, saranno misurate in forma di strazi muscolari e polmonari.
Le tracce GPS raccolte negli anni non coincidono. Colpa delle modificazioni dei ghiacciai?
Ma procediamo con ordine. In realtà è molto importante avere dei riferimenti spaziali all'interno di un ambiente che può improvvisamente diventare indecifrabile (vedi il post di qualche giorno fa intitolato "WHITEOUT"). Mettiamo, per esempio, che tu stia salendo ad un campo più alto. Cala la nebbia e perdi ogni riferimento visivo perché sei immerso in un mondo totalmente bianco. Se ti muovi casualmente rischi di finire in zone pericolose, dove il maggior pericolo sono i crepacci. I crepacci sono quelle simpatiche fratture che si formano nella superficie del ghiacciaio a causa del lento scivolamento dello stesso verso valle. Possono avere una profondità di alcune decine di metri e spesso sono coperte dalla neve, quindi invisibili al malcapitato passante. A voi piacerebbe, camminando sul marciapiede, cadere per una quarantina di metri in un tombino aperto? Se avete risposto "sì", allora potete omettere di continuare a leggere il presente post. Se invece pensate che in fondo non vi piacerebbe, allora dovete munirvi di un bel GPS.
Il GPS è uno strumento che vi consentirà di tornare, per esempio, perfettamente a ritroso sui vostri passi- anche se nel frattempo neve o bufera avessero cancellato le vostre impronte. Oppure, se avete preventivamente memorizzato sullo strumento una traccia o una direzione, vi permetterà di proseguire in relativa sicurezza. Male che vada, vi permetterà di capire perfettamente dove diavolo siete finiti.
Qualcuno sarà scandalizzato. Ma come - ti sei convertito alla tecnologia? Ma no, tranquilli. Il GPS, come tutti i dispositivi tecnologici possiede una duplice valenza. Ci sono casi in cui l'utilizzo è realmente utile, dove addirittura può fare la differenza tra la vita e la morte. Altre volte la tecnologia diventa un surrogato inutile di nostre capacità naturali. Sapevate che la neuroplasticità del cervello è stata scoperta per la prima volta esaminando il cervello dei tassisti londinesi? Costoro, a furia di esercitare inconsapevolmente le capacità di rappresentarsi mentalmente il reticolo stradale, presentavano uno sviluppo maggiorato nelle aree cerebrali implicate nell'orientamento spaziale. Ma se il GPS diventa uno strumento che per pigrizia utilizziamo sempre, anche su percorsi mediamente conosciuti, accadrà il contrario del fenomeno dei tassisti: avrà luogo una progressiva atrofia della capacità di orientarsi nello spazio. L'uso sviluppa l'organo - diceva sempre quel famoso zio. A distanza di tanti anni non ho ancora chiarito se si riferisse solo al cervello.
P.S.: grazie a Massimo e Luca per la consulenza sull'uso del GPS in Alaska
P.S.: grazie a Massimo e Luca per la consulenza sull'uso del GPS in Alaska
martedì 17 maggio 2016
A spasso con la "creatura"
Ma no, non fate i sentimentali, per favore! La creatura di cui sto parlando non è quella a cui cambiavate i pannolini e asciugavate il moccio dal naso. Se vi aspettavate racconti di biberon e passeggini, cambiate canale.
La "creatura" è una bestia di zaino che oscilla tra i 22 e i 25 chili. Si fa in fretta a raggiungere certe stazze: dentro ci stanno sacco a pelo, tenda, ramponi, picozza, imbrago, pala, sonda, fornello, cose da mangiare, thermos, materassino e abbigliamento. E chi non porta la tenda, porta la corda.
La vita stessa ci carica di fardelli. E' proprio da fessi caricarsene di ulteriori. Ma tantè... Il bello è che il nostro rapporto con la creatura ricalca quello che siamo soliti avere con i carichi della vita. Sicuramente nulla ci piomba sulle spalle tutto da solo, però ci fa comodo dimenticarcene. Ce ne lamentiamo per tutta la giornata e incolpiamo il disegno malvagio del destino: "Maledetto sacco, quanto pesi!". Eppure ce lo siamo caricati di nostra volontà.
E, come per tutti i fardelli, conta anche l'abitudine. A furia di portare pesi si diventa bravi a gestirli, dentro e fuor di metafora. E tante auto-certificate incapacità in questi campi sono puri alibi. La ricerca scientifica dimostra che la percezione è costruita culturalmente. Questo significa - udite udite - che NON è vero che i portatori sherpa o hunza siano "portati" (geneticamente?) a trasportare grandi carichi. Vuol dire semplicemente che il loro stile di vita li ha abituati a vedere i grandi fardelli come "possibili"; e che, a furia di trasportarli, hanno abituato anche il loro fisico al compito. Ovvero non è colpa dello zaino pesante: è la nostra schiena ad essere poco allenata.
Insomma, portare ogni tanto a spasso la "creatura" è un toccasana. Quando finalmente te lo togli dalle spalle apprezzi molto di più le semplici, rustiche gioie della vita. E il giorno dopo, quando la schiena ha recuperato, ti senti molto più forte di prima.
E, come per tutti i fardelli, conta anche l'abitudine. A furia di portare pesi si diventa bravi a gestirli, dentro e fuor di metafora. E tante auto-certificate incapacità in questi campi sono puri alibi. La ricerca scientifica dimostra che la percezione è costruita culturalmente. Questo significa - udite udite - che NON è vero che i portatori sherpa o hunza siano "portati" (geneticamente?) a trasportare grandi carichi. Vuol dire semplicemente che il loro stile di vita li ha abituati a vedere i grandi fardelli come "possibili"; e che, a furia di trasportarli, hanno abituato anche il loro fisico al compito. Ovvero non è colpa dello zaino pesante: è la nostra schiena ad essere poco allenata.
Insomma, portare ogni tanto a spasso la "creatura" è un toccasana. Quando finalmente te lo togli dalle spalle apprezzi molto di più le semplici, rustiche gioie della vita. E il giorno dopo, quando la schiena ha recuperato, ti senti molto più forte di prima.
mercoledì 11 maggio 2016
Grazie Andrea!
E’ una notizia vecchia, perché risale
a qualche mese fa. Tuttavia, essendo io notoriamente poco pratico e un po’ a
disagio con i social network, l’ho scoperta di recente. Andrea Giorda, celebre
alpinista torinese, accademico del C.A.A.I., autore di innumerevoli vie
innovative sulle Alpi e con alle spalle un lungo elenco di salite toste (ad
esempio la seconda ripetizione italiana della Diretta Americana al Dru) ha
battezzato una delle sue ultime creature
con il nome “Perseverare è umano”.
Così scrive Andrea: “Federica (Mingolla) accetta volentieri
l’invito, al tiro ho già dato un nome emblematico che riassume questa storia,
Perseverare è umano. E’ anche il titolo di un bellissimo libro di Pietro
Trabucchi, psicologo dello sport. In due giri ne viene a capo, trova la metode
per il passo chiave e gli ultimi metri li centellina riprendendo le forze con
intelligenza. Mi immedesimo e resto col fiato sospeso fino all’ultimo.”
La via si trova sul Neverending Wall del Catteissard (che
non è in Nord Dakota –zucconi che non siete altro – ma in Val di Susa). Si
tratta, per la cronaca di un 8a.
Che dire ad Andrea? Grazie da un ciaparat che non potrà mai
ripetere questa bellissima via a meno non gli si permetta di effettuare la
scomposizione algebrica 8a= 4a+ 4a.
Cioè, scusa Andrea, non potrei scambiare una via di ottavo con due di
quarto di pari lunghezza!?
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